La donazione in vita può ridurre il carico fiscale complessivo ma espone a rischi di revocabilità e azione di riduzione; la successione è più sicura giuridicamente ma non sempre ottimizza la fiscalità.
Risposta completa
La scelta tra donazione in vita e successione dipende da diversi fattori fiscali, giuridici e familiari. Sul fronte fiscale, la donazione e la successione a favore di figli e coniuge godono delle stesse aliquote (4%) e franchigie (€1.000.000 per donatario/erede), quindi in linea di principio il trattamento fiscale è simile. Tuttavia, la donazione di un immobile acquistato da pochi anni può far emergere plusvalenza tassabile in capo al donante se entro 5 anni dall'acquisto. Sul piano dei rischi, la donazione è meno stabile giuridicamente: i legittimari (figli, coniuge) che subiscono una lesione della loro quota di riserva possono esercitare l'azione di riduzione anche a distanza di anni, e l'immobile donato potrebbe essere rivendicato anche dal terzo acquirente (la Banca o l'acquirente di un immobile proveniente da donazione possono rifiutarsi di concedere mutui o accettare la compravendita). La successione garantisce maggiore certezza giuridica. In molti casi la soluzione migliore è la donazione della nuda proprietà mantenendo l'usufrutto in vita: il donante conserva il diritto di abitare o locare l'immobile, mentre i figli si ritrovano la piena proprietà alla sua morte senza ulteriori atti notarili.
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